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Thea Kuta nasce dall'esigenza di sperimentare il filato come forma alternativa alla pittura. La scelta di disegnare soggetti geometrici si concilia con il fatto che la geometria ha il potere di creare un'illusione ottica con effetto di movimento capace di rendere lo spettatore parte integrante del quadro. I filati e i materiali utilizzati sono frutto di una ricerca sul campo internazionale che spaziano dall'Italia al Messico, dalla Nigeria al Ghana. La tessitura era considerata una disciplina sacra in tutte le culture Mesoamericane ed è tuttora praticata oggi non solo dalle donne Maya ma dalle donne di tutto il mondo. Thea Kuta si dimostra essere un'arte sperimentale che abbraccia elementi di diverse culture, sapendo mescolare la contemporaneità della geometria alla tradizione del filato. [ continua... ]

All'inizio la geometria. Poi il colore. Sono questi i due estremi che guidano il percorso creativo di Elisa Bortolussi. E ciò è dovuto essenzialmente alla separazione tra la fase progettuale e quella del fare; e queste due azioni sono ben evidenziate nei suoi lavori e rimangono profondamente distinte anche nell'atto percettivo. L'artista, al principio, elabora la struttura dell'opera attraverso il disegno; viene quindi realizzando un prospetto progettuale, all'interno del quale le geometrie primarie (triangolo, quadrato, cerchio) vanno a dare forma all'opera nella sua totalità e nella sua struttura definitiva. E non si tratta esclusivamente di una semplice combinazione o composizione di figure. Il progetto vede intersecate e sovrapposte tra loro le cade figure al fine di originare geometrie composte, a volte regolari, altre esclusivamente percettive.

Esaurita questa prima fase, Bortolussi passa al colore; non si affida però al colore del pittore o ad altri tipologie di materiali che rincorrono il progetto grafico precedentemente rielaborato, come avveniva per esempio con gli artisti che, negli anni sessanta, hanno dato origine alle strutture ottico dinamiche. La stessa autrice conferma una particolare attenzione al Gruppo T di Milano o al Gruppo N di Padova, nonché alle loro ricerche riguardanti la sperimentazione delle diverse teorie sulla comprensione dell'opera o sulla trasformazione percettiva che si modifica con lo spostamento del punto di vista dello spettatore o più semplicemente determinata dal movimento dell'opera stessa. Bortolussi è quindi consapevole che figure e colori rispondono a una logica di accostamento, e sa che una diversa successione cromatica - colori caldi e freddi, chiari e scuri, luminosi e opachi - produce sensazioni differenti. Per cui potremmo definire il suo lavoro come un'ininterrotta manipolazione del colore nell'intenzione di seguire le specifiche direttive progettuali. Così se in un primo momento il dialogo si concentra sulla forma e sulle strutture geometriche, la seconda invece emerge da una riflessione - spesso emotiva e simbolica - sui colori e sulla definizione delle diverse aree cromatiche inscritte nelle figure più complesse.Come un ruolo risolutivo lo esercita la struttura tridimensionale, la quale permette una sovrapposizione delle immagini; una sommatoria di figure in grado di generarne di nuove (la sequenza di triangoli o di quadrati formano stelle dalle varie fatture, come i triangoli convergenti nella loro sommità disegnano il perimetro dei poligoni) e nello stesso tempo i diversi piani coloristici sviluppano trasparenze e meccaniche velature.

II colore cui si affida l'artista è un colore Impersonale i filati di cui fa uso, come la gamma dei pigmenti del pittore, posseggono una variegata cromia frutto di sistemi produttivi a volte artigianali, altre industriali. All'artista quindi il compito di scegliere le tinte e i materiali, all'interno di un'ampia gamma di fibre di lana, cotone, seta, alpaca, ecc., o sfruttando alternativamente delle strisce opportunamente ritagliate, in varia larghezza e lunghezza, da tessuti dipinti o serigrafati L'aspetto creativo, e di sapore concettuale, di Bortolussi si manifesta proprio nel dialogo che instaura tra questi materiali e le loro tinture; un dialogo che avviene nel momento del fare, nel divenire della superficie, con strutture figurali che hanno la funzione di suggestionare lo sguardo del fruitore, in modo da avvolgerlo in una sorta di involucro mediante riflessi e bande cromatiche mosse dal fluire della luce all'interno delle successioni tonali, o da un irripetibile gioco di rifrazioni e di trasparenze. Thea Kuta è il titolo di questa esposizione. Un termine sconosciuto alla cultura europea, ma vivo in altre realtà: "una forma di artigianato tessile appreso in un viaggio in Sud America nel 2008".

Thea in greco significa Dea e Kuta e deriva da Wirikuta, che, in dialetto indigeno Huichol, è il nome del deserto di San Luis Potosi nel nord del Messico. Questo è uno dei cinque luoghi sacri degli Huicholes, i quali tessono gli Ojo de Dios che, nell'annuale pellegrinaggio a Wirikuta, offrono ai loro dei. E non è difficile individuare, nelle successioni cromatiche delle opere di Bortolussi, i colorismi artigianali delle popolazioni indigene del Centro America. Ma non è solo il Messico a vivere nelle opere dell'artista; è avvertibile anche la tradizione coloristica e simbolica di alcune tribù nigeriane; e, come lei stessa sottolinea, questa fase creativa è scaturita anche questa da un viaggio tra le popolazioni africane, dove è venuta a contatto con altre tradizioni creative non dipendenti però dalla manuale tessitura. La stoffa diventa un secondo elemento compositivo; così, accanto ai fili colorati, l'artista inserisce una tipica fibra tessile africana chiamata Ankara. Con quest'ultima operazione viene eliminando ogni forma simbolica e contenutistica delle immagini e del colore, per rispondere contemporaneamente ad alcune istanze dell'arte astratta e riprendere il contatto con le sperimentazioni linguistiche caratterizzate dall'uso di intrecci tessili (mi vengono in mente le tessiture di Boetti, ma anche gli arazzi) e con inserimenti estetici generati in altre civiltà (cosa per altro non nuova: ci sembra impossibile contare gli artisti che sono stati affascinati dall'arte primitiva o tribale; un'occasione per abbandonare, senza rimpianto, le tradizioni estetiche che hanno accompagnato l'evoluzione l'arte europea). Le opere di Bortolussi si prospettano dunque come forme d'arte visiva eterogenee che si slegano dal semplice utilizzo del tessuto; anzi viene proponendo un'artificiale interpretazione del movimento attraverso il cangiamento della luce e delle gradazioni cromatiche e dal diversificarsi della materia; venendo a definire immagini che, pur non appartenendo alla nostra esperienza visiva, esprimono linee, forme, colori, estranee a ogni imitazione della realtà. Così, concentrandosi sulle superfici a testura variabile e sulle particolare sfumature, dialoga con la propria esperienza esistenziale.

L'artista, attraverso queste sue originali creazioni, intende comunicare allo spettatore la propria individuale sensibilità e le proprie esperienze, sostanziando quindi l'opera come traccia di vita vissuta attraverso l'iterazione tra realtà, sensibilità e creatività, trasformando il suo fare in testimonianza del rivivere una particolare situazione ma in un altro contesto, quello artistico.

Thea Kuta has been originated from the need to experience yarn as an alternative tool for painting. The choice of drawing geometric subject relies on the power of geometry to create an optical illusion giving the spectator an active role in the picture. The threads and fabric used result from an international research moving from Italy to Mexico, from Nigeria to Ghana. Weaving was considered as a holy discipline in all Mesoamerican cultures and its still practiced not only by Maya womaen but by women all over the world. Thea Kuta proves to be an experimental art which embrace elements from different cultures, being able to combine the contemporary aspect of design and geometry to the tradition of the thread. [ more... ]

First, geometry. Then, colour. The creative path of Elisa Bortolussi follows these two concepts. And this is essentially due to the separator between planning and making; these actions are well visible in her works and they are deeply distinct even at the moment of visual perception. At the beginning, the artist develops the structure of her work through the drawing; she prepares a project view, where primary geometries (triangle, square, circle) shape her whole work and give it its final structure. It is not only a simple fusion or arrangement of figures. The different shapes intersect and overlap so as to originate compound geometries, sometimes regular, sometimes only perceptual.

Once this stage is over, Bortolussi moves on to colours; but she doesn't use the painter's colour or other materials running after her graphic project, like the artists who created the dynamic-optical structures in the sixties. Bortolussi herself confirms she's paid special attention to the T Group of Milan or the N Group of Padua, as well as to their research on the various theories about work comprehension or perceptual transformation, which changes if the observer's point of view shifts or the work itself simply moves. Bortolussi is well aware that figures and colours obey juxtaposition rules and she knows that a different chromatic order-warm and cold colours, light and dark colours, bright and dull colours - causes different sensations. Therefore, we could define her work as an uninterrupted treatment of colour in order to fulfil specific project requirements. So, in the beginning, the dialogue focuses on form and geometric structures, whereas the second phase arises from her reflection - often emotional and symbolic - on colours and the different chromatic areas inscribed in the most complex figures. The three-dimensional structure plays a decisive role since it allows to overlap images and, in this way, to generate some new ones the sequence of triangles or sq. es creates stars of different types, the converging triangles mark the perimeter of polygons): at the same time, the different colouring levels develop transparencies and mechanical veils.

The colour chosen by the artist is "impersonal"; the yarns she uses, like the painter's spectrum of pigments, have variegated shades depending on their production systems, since they can be craft or industrial products. So, it's entirely up to the artist to choose shades and materials within a wide range of wool, cotton, silk, alpaca fibres or to exploit stripes of different width and length cut from painted or screen-printed fabrics. Bortolussi's creativity and its conceptual aspect reveal themselves in this dialogue between materials and dyes; this interaction takes place at the moment of making, at the moment of the surface transformation, when figural structures capture the observer's look so as to wrap it in reflections and chromatic bands moved by the light flowing over the tone sequences or by a unique play of refractions and transparencies. Thea Kuta is the title of this exhibition. This term, unknown to European culture, is well alive in other realities: "a form of weaving craft learnt during a journey to South America in 2008".

Thea means Goddess in Greek, while Kuta derives from Wirikuta, which is the Huichol name of San Luis Potosi desert in northern Mexico. This site is one of the five sacred places to the Huicholes, who weave their Ojos de Dios to offer them to their gods during their yearly pilgrimage to Wirikuta. And it is not difficult to find, in Bortolussi's chromatic orders, the emphasis on colour typical of Central American natives. But not only Mexico lives in these works; the traditional colours and symbols of some Nigerian tribes are perceptible as well; as the artist underlines, also this creative stage has originated from a journey among African people, when she got in touch with other creative traditions which are, however, independent from manual weaving. Fabrics become a second element in her composition; the artist inserts, next to coloured threads, a typical African textile fibre called Ankara. Through this final action she eliminates any symbol and content from images and colours to meet some requirements of abstract art and, at the same time, to come into contact with both the language experimentations using textile weaves (Boetti's weaving, but also tapestries come to my mind) and aesthetic inserts developed in other cultures (which is not, however, a novelty: we find it impossible to count the artists who have been fascinated by primitive or tribal art, which has been an occasion to leave, with no regret, the aesthetic traditions accompanying the evolution of European art). Bortolussi's works appear to be heterogeneous forms of visual art going beyond the simple use of fabrics; they suggest an artificial interpretation of movement through the change in light and the chromatic gradations as well as by differentiating the matter; they get to define images which, even if they do not belong to our visual experience, expre, Imes. forms, colours not trying to imitate reality.

In this way, by focusing on both surfaces with variable structure and special shades, the artist talks to her own existential experience. She wants to communicate, through these original creations, her own individual sensibility and experiences, thus turning her work into a sign of real life by letting reality, sensibility and creativity interact, and transforming her action into proof of reliving a special situation but in a different context, the artistic one.